Arlecchino e il suo doppio

Studio per una sopravvivenza

Venerdì 16 settembre 2016 h 20.00
Sala del Capitolo San Domenico Maggiore
Vico San Domenico Maggiore, 18

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con: Claudia Contin Arlecchino
regia: Ferruccio Merisi
produzione: Scuola Sperimentale dell’Attore/L’Arlecchino Errante

Si può dire che Arlecchino è un personaggio mitico: non si esaurisce in una singola particolare favola. Come Edipo, Prometeo e forse Amleto, Arlecchino è una figura che incarna qualcosa dell’oscura profondità umana. Si dice che i suoi progenitori – o prototipi – facessero le loro carnevalesche irruzioni nella realtà sociale dopo un periodo rituale di permanenza nella selva, nel selvatico. Da queste radici derivano i modi di comportamento più efficaci di questo personaggio, le sue posture straordinarie, gli angoli pieni di contraddizioni del suo corpo, i suoi ritmi animaleschi.
Amleto, il principe nero, è invece il messaggero del suicidio: l’anima razionale dell’uomo che rifiuta il male al punto di rifiutare il mondo e dunque la propria stessa realtà e vita. L’uomo civile che si finge pazzo per sfuggire alla follia dei prepotenti. Il figlio così ossessionato dal fatto di rendere giustizia al padre da trasformare il proprio corpo in un manifesto di contraddizioni…

In questo spettacolo, Arlecchino e Amleto, un comico e smaliziato “animale” e un “dandy” ruvido e “dark”, si litigano il nostro cuore a proposito della vertigine del vivere, in un mondo dove è sempre più difficile illudersi. Dopo aver argomentato, assai modernamente, sia in inglese che in “arlecchinese”, tra una canzone rock e un walzer di Strauss, tra un viaggio sul Titanic e qualche andata e ritorno dall’Inferno, alla fine – sembra – vince Arlecchino… Ma sarà ancora lui?

Claudia Contin Arlecchino evoca gli enormi fantasmi di questi due personaggi celebrando fisicamente, con la generosità e la precisione per cui è famosa, due iconografie emblematiche e dall’innegabile valore archetipico: da una parte quella della Commedia dell’Arte, dall’altra quella estrema e “impossibile” dei corpi umani dipinti da Egon Schiele. In controluce, sotto questa danza “bifronte”, appare l’intensa biografia emozionale di un cittadino artista del terzo millennio: un viaggio dentro la contraddizione principale dell’uomo contemporaneo: da una parte la fiducia elementare nella vita e nella natura; dall’altra la tentazione del nichilismo e del fatalismo negativo.