Recuperare lo spirito innovativo della Commedia dell’Arte: conversazione con Felipe Cabezas

Nell’ultimo mese di programmazione I viaggi di Capitan Matamoros – Drammaturgie della scena ritorna alla Commedia dell’Arte creando un ponte tra Italia e Spagna con la partecipazione di Felipe Cabezas attore e regista cileno trapiantato a Barcellona e di Sala Fènix. Un ponte che si muove in due direzioni, perché Cabezas con lo spettacolo L’ultima notte del Capitano celebra la figura dell’italiano Francesco Andreini, mitico Capitano Spaventa seicentesco e anima della compagnia dei Gelosi, insieme a sua moglie Isabella e al figlio Giovan Battista, grande drammaturgo barocco. Lo spettacolo sarà in scena il 7 dicembre, mentre il 14 ritornerà come ogni anno El romancero de Lazarillo, spettacolo manifesto dell’Associazione Aisthesis, con Luca Gatta, tratto dal romanzo spagnolo del Cinquecento Lazarillo de Tormes.
In attesa degli eventi, conosciamo meglio Felipe Cabezas.

D: Felipe, come sei arrivato alla Commedia dell’Arte? Qual è stato il tuo percorso di formazione e in cosa consiste la tua ricerca? Qual è il vostro progetto come gruppo?

Felipe Cabezas: La Commedia dell’Arte entrò nella mia vita quando studiavo teatro in Cile, nel 1999.

La scuola (di filosofia stanivlaskiana) doveva inaugurare un teatro da 350 posti e, per la festa d’inaugurazione, preparammo una versione de “Arlecchino, servitore di due padroni” di Goldoni. La nostra versione era ambientata a Valparaiso (Cile) con nomi e testi in spagnolo ed era adattata al pubblico locale.

Terminati gli studi in Cile, mi trasferii a Barcellona per completare gli studi con la scuola di Berty Tovías, che insegnava la tecnica di Jacques Lecoq. Lì imparai la tecnica della maschera in generale e la Commedia dell’Arte secondo Lecoq che, a differenza dei maestri italiani, aveva una visione pratica e sintetica, riducendo il lavoro al motore attoriale dell'”urgenza”. Cominciai quindi a studiare con alcuni grandi maestri italiani come Carlo Boso, Antonio Fava, Stefano Perocco ed altri francesi come Christophe Marchant, Paola Rizza (Lecoq) e spagnoli (ancora una volta Berty Tovías). Da allora cominciai a scrivere e dirigere alcuni spettacoli sulla Commedia dell’Arte. Non si trattava di commedia classica né canovacci storici, ma biografie di attori/autori del seicento e, attingendo alla Commedia dell’Arte classica, trovai nuove drammaturgie che si avvicinavano al teatro psicologico. Col passare degli anni ho creato nuovi spettacoli che si sono allontanati dal concetto classico di commedia, pur rimanendone influenzati. Il mio ultimo spettacolo, per esempio, El Bufón del Rey Lear, mantiene l’uso di maschere, il ritmo e l’intensità interpretativa della Commedia dell’Arte, partendo da Shakespeare (contemporaneo ai commedianti dell’arte) e passando per il realismo e soluzioni drammaturgiche più cinematografiche.

D. Perché hai scelto di lavorare su Francesco Andreini e sul Capitano Spaventa? Che cosa ti ha insegnato questo spettacolo?

F.C.: Nell’anno 2007 avevo adattato una serie di racconti classici fantastici del XIX secolo in chiave di Commedia dell’Arte e, alla fine di questo processo, dopo un anno di repliche e qualche festival, sentivo il bisogno di cambiare aria. Quell’anno seppi che sarei diventato padre della mia prima figlia e c’era qualcosa dentro di me che mi spingeva a cercare emozioni, amore e profondità. Fu allora che, leggendo un libro di Siro Ferrone, scoprii qualcosa della biografia di Andreini.

Bisogna dire che ogni volta che si nominava Andreini e I Gelosi, lo si faceva con grande mistero e solennità, senza entrare nei dettagli, ma sempre aggiungendo un “il mitico Francesco Andreini” o “I sepr’eterni, I Gelosi“, ecc. Questo alone di mistero stimolò la mia immaginazione e mi spinse a trovare (con grandi difficoltà) un libro ormai fuori circolazione chiamato “Le Bravure di Capitano Spavento“, un libro di avventure scritto da Francesco Andreini in vecchiaia. Il libro racconta più di cinquanta avventure narrate dal Capitano Spavento e il suo scudiero Trappola. Tra le righe si può leggere gran parte della vita di Andreini, dei Gelosi e della signora Isabella… una specie di biografia nascosta, con messaggi occulti molto interessanti.

Col passare degli anni ho rappresentato questo spettacolo in posti e circostanze diversi, provando sempre una profonda vicinanza con il personaggio che mi ha insegnato fondamentalmente ad amare la mia professione e a sentirmi parte di un cosmo ancestrale di attori che sono di passaggio in questo mondo.

Questo spettacolo mi risveglia un sentimento mistico profondo che non provo con altri spettacoli.

D. Oggi si parla molto di Commedia dell’Arte Contemporanea, in riferimento ai molti artisti che non solo hanno riscoperto il genere, ma ne hanno fatto il solco della propria ricerca. Qual è il futuro della Commedia dell’Arte per te?

F.C.: Ho sempre immaginato che se potessimo portare i grandi attori della Commedia dell’Arte ai giorni nostri non farebbero Commedia dell’Arte.

Farebbero qualcos’altro. Si inventerebbero qualcosa che non fosse già stato fatto partendo dal teatro più tradizionale (come solo loro saprebbero fare), pero aggiungendo elementi di novità e sorpresa. I commedianti furono grandissimi artisti perché seppero lavorare su quanto di meglio c’era ai loro tempi e partirono da questa ottima base tradizionale aggiungendo nuovi ingredienti con invenzioni sceniche nuove, linguaggi popolari, messaggi trasversali e il risultato di questa miscela esplosiva arrivò tanto lontano che ancora oggi continuiamo a parlare di loro.

Pertanto, se vogliamo fare onore alla Commedia dell’Arte e ai suoi commedianti, dobbiamo recuperare questo spirito innovativo che si nutriva della tradizione per parlare dell’attualità e del futuro. Se vogliamo mantenere viva la Commedia dell’Arte dobbiamo prima di tutto studiarla, però, senza dubbio, nutrirla e attualizzarla. Come, per esempio, sradicare la perpetuazione dei ruoli di genere che troviamo in tanti classici, o dare voce a gruppi diversi come il collettivo LGBT o persone di altre nazionalità, sopprimere il maschilismo presente in alcuni canovacci tradizionali, in definitiva integrarsi con le idee globali del XXI secolo.

Nel mio caso in particolare, cerco sempre di basarmi su queste premesse che si possono trovare chiaramente nel mio ultimo spettacolo El Bufón del Rey Lear che si potrà vedere a Barcellona quest’inverno 18/19.


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