Teatro Nucleo: conversazione con Cora Herrendorf

Nell’ambito de I viaggi di Capitan Matamoros – Drammaturgie della scena giunge a Napoli il 7 e l’8 novembre uno dei gruppi teatrali italiani più antichi e importanti. Parliamo di Teatro Nucleo e della sua fondatrice, insieme a Horacio Czertok, Cora Herrendorf, performer, regista e pedagoga.

 

D.: Il Teatro Nucleo è nato a Buenos Aires nel 1974 con il nome di Comuna Nucleo, ma dal 1978 si è trasferito stabilmente in Italia, a Ferrara. Oggi Teatro Nucleo è una cooperativa teatrale che si occupa di produzione, formazione e ricerca teatrale e che dal 2005 gestisce il Teatro Julio Cortàzar a Pontelagoscuro.
Qual è la visione di teatro alla base della nascita del Teatro Nucleo, come si è evoluta negli anni e in che modo guarda al futuro?

Cora Herrendorf: Il teatro nucleo “nasceva” in una società del dopo guerra europeo, in un continente (LatinoAmerica) impregnato di immigrazione e di domande sul senso della vita e della morte. L’Argentina guardava all’Europa perché gli europei riempivano gli spazi vuoti di conoscenza. Dunque la psicologia sociale, le domande sull’antropologia culturale, i metodi di esperienze teatrali che aprivano strade nuove al teatro “popolare” e indipendente: Stanislavskij, Maeyerhold, Strasberg, Freire, Pichon Riviere, il Living Theatre, l’Odin Teatret, Grotowsky, Artaud (per citare alcuni). Fu lo studio e la ricerca teatrale a 360° a nutrire il nostro inizio, senza schemi né preconcetti, senza “specializzazione di campo”. Ed è cosi che vogliamo immaginare il futuro del nostro fare teatro.

D.: In oltre quarant’anni di storia Teatro Nucleo è entrato nei manicomi e nelle carceri, si è occupato di migrazione ed esclusione sociale. Quella che negli anni settanta veniva definita animazione teatrale è diventata nella pratica del gruppo un vasto territorio di ricerca ed esperienza che si declina in vari progetti (dall’Attore Sciamano al Teatro Carcere ad Argentina, per citarne alcuni). Scorrendo la vostra storia si nota subito come pedagogia, ricerca teatrale, intervento sociale e politico siano strettamente legati nel vostro lavoro. Qual è il centro intorno a cui tutto questo ruota?

C.H.: Le persone, le relazioni, l’indagine, la polis.
Quando il Teatro Nucleo è stato fondato in Argentina, l’interesse per “il sociale” era insito nella ricerca degli attori, drammaturghi, registi dell’epoca (primi anni ’70). Considerandoci senza pedanteria una parte del tutto ed essendo come artisti co-responsabili di quanto ci circondava, il lavoro “socialmente utile” veniva già allora considerato come conseguenza di questi principi, connaturato al nostro fare teatrale. Non ci siamo mai considerati “lavoratori a progetto” perché i progetti erano nel DNA dell’essere Artisti, scaturivano e scaturiscono per il fatto di essere all’interno di un mondo nel quale siamo coinvolti e al quale apparteniamo. Il Teatro, dunque, come patrimonio dell’umanità che si mette al servizio della Memoria del Mondo. Da lì deriva la ricerca di quelle tecniche che permettono l’approccio gentile e visionario, in situazioni molto diverse: dai teatri agli spazi aperti, dai manicomi alle comunità per ex tossicodipendenti, dalle scuole ai centri sociali, dai centri storici alle periferie più lontane e dimenticate.

D.: Nel 2007 nasce il progetto Donne Comunitarie, gruppo teatrale comunitario di genere, all’interno del quale hai firmato la regia di diversi spettacoli. Anche lo spettacolo Dame la mano, ispirato a “Le serve” di Genet e alle poesie di Gabriela Mistral, Chandra Livia Candiani e Wislawa Szymborska, la cui riedizione debutterà a Napoli il prossimo 8 novembre, si presenta come una ricerca sull’universo femminile. Da dove nasce questa ricerca e in che modo il teatro ne è diventato il luogo e lo strumento privilegiato?

C.H.: Sono nata donna e il teatro mi permette di pormi domande di genere senza cadere nel vittimismo, in quanto il Teatro è un’Arte privilegiata che guarda a 360° (per chi vuole vedere) .
L’essenza del mio/nostro lavoro è quello sulla Memoria emotiva, imparando ad osservare dentro l’inconscio personale e collettivo. Favoriti dello studio approfondito di Stanislavskij e imparando dei grandi Maestri/e, le tecniche acquisite e ancora oggi studiate, permettono di fare da ponte con l’Universo sommerso, in questo caso del mondo femminile. Le immagini sono dentro le persone e noi le riscattiamo, il teatro permette di camminare nel tunnel della memoria, facendole riemergere da dove si sono apparentemente nascoste. Osservare e vedere, riacquistare spazi abbandonati, riprendere i gesti che il mondo nel quale viviamo tende a sopprimere e che noi donne purtroppo abbiamo abbandonato, accettando d’impersonare modelli che non ci appartengono.
La difficoltà è insita nell’attraversare le nostre zone buie e oscure per fare emergere le zone chiare e luminose.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...