La Commedia dell’Arte, una tradizione contemporanea. Conversazione con Luca Gatta

Il prossimo 22 settembre ripartono a Napoli, con lo spettacolo dalla Spagna “Cuentos del mundo” di Residui Teatro, I viaggi di Capitan Matamoros – Drammaturgie della scena. Una quinta edizione rinnovata nella forma e nella sostanza che si estenderà tra settembre e dicembre, presentando due appuntamenti al mese. Ne parliamo con Luca Gatta, direttore artistico della manifestazione.

maschereD. I viaggi di Capitan Matamoros giunge alla quinta edizione, cambia formula, si estende nella durata e si è annunciato con una dichiarazione di apertura che richiama Grotowski: La commedia dell’arte verso un “teatro umano”. Qual è il senso di questi cambiamenti?
Luca Gatta: La frenesia cui siamo sottoposti nella quotidianità, l’ansia di perdere il momento e quindi di fissarlo nell’“io c’ero” di un post, lo svuotamento di valore dell’evento sociale per eccellenza, il teatro, mi ha portato a ripensare il modello del festival. È un esperimento che molto probabilmente riguarderà solo questa edizione ma che consente in primis a me e ai miei collaboratori di ripensare alla formula che fino ad ora abbiamo praticato. Ho sempre voluto che questo festival fosse un organismo in vita non una vetrina, un’esperienza per gli organizzatori, per gli spettatori e per gli artisti invitati. Quando cinque anni fa abbiamo cominciato nel centro storico, le attività di valorizzazione attraverso il teatro erano poche, pensammo che la Commedia dell’Arte potesse inserirsi tra le esperienze già presenti sul territorio. In cinque anni abbiamo visto crescere il pubblico del nostro festival, ma anche l’offerta di realtà simili anche se sporadiche, esperienze che appunto risentono e subiscono la velocità e la frenesia di questo tempo. Fare teatro per me è un modo di dissentire, di essere sociale e asociale insieme, un modo di scavalcare le etichette e le nicchie in cui spesso le nostre attività vengono relegate. Allora cosa ti resta quando decidi di dissentire, di uscire fuori da schemi ed etichette? Il tuo lavoro, il come lo fai, per quanto umano, troppo umano possa essere.

 

D. Il tema di questa edizione è Drammaturgie della scena. Il programma è molto vario: non solo Commedia dell’Arte ma anche spettacoli per bambini, clownerie e la presenza di due gruppi storici come Teatro Nucleo e Odin Teatret. In che direzione sta andando la ricerca sulla Commedia dell’Arte?
L.G. Ho sempre pensato che la contemporaneità della Commedia dell’Arte risiedesse nel suo metterci in contatto con le radici del performativo. Ovviamente non sono il solo a pensare questo. Da quando, nel Ventesimo secolo, è stata riscoperta, grazie a maestri come Coupeau, Decoroux, Mejerchol’d, Dullin, la Commedia dell’Arte è stata una pedagogia per gli attori al servizio del contemporaneo. Attraverso la Commedia dell’Arte Mejerchol’d ha messo in scena commedie di Gogol’, Stanislavskij, allestendo Tartuffe di Molière, ha elaborato il cosiddetto metodo delle azioni fisiche, che è stato il punto di partenza della ricerca di Grotowski e delle avanguardie del secondo Novecento. In questo modo la Commedia dell’Arte è diventata in tutto e per tutto una tradizione contemporanea (per quanto questa espressione possa sembrare antitetica). Per cinque anni abbiamo viaggiato attraverso il tempo, proponendo al pubblico e rielaborando i canoni della tradizione. È giunto il momento di ritornare da commedianti nel nostro tempo per riconoscere la contemporaneità della Commedia, in modo da diffonderla non come un reperto, un fossile, ma come qualcosa di vivo, una liberazione dell’attorialità attraverso e del suo strumento narrativo primario, il proprio corpo.

D. Nel mese di ottobre debutterà il nuovo spettacolo dell’Associazione Teatrale Aisthesis, da te diretta. Un nuovo gruppo di attori sta lavorando dal mese di giugno nel LICOS (Laboratorio Internazionale di Composizione Scenica). I progetti di formazione sono una costante del festival e hai spesso sottolineato il senso della Commedia dell’Arte come pedagogia. A cosa deve essere pronto un giovane attore che approccia la Commedia dell’Arte oggi?
L.G. Studiare la maschera in una dimensione transculturale significa viaggiare attraverso lo spazio e il tempo, ponendosi all’incrocio delle culture e dei generi, apprendere ad apprendere. Il detour antropologico cui l’allievo è sottoposto nel LICOS ha la caratteristica dello scavo archeologico, al fine di riconoscere dentro di sé le radici di culture differenti e accettare le modifiche che il corpo subisce sotto la sollecitazione di un training quotidiano. In parte richiede la disposizione ad auto-esiliarsi pur vivendo tra i propri pari, accettando la dualità tra socialità e asocialità, che ha sempre contraddistinto i commedianti. La Commedia dell’Arte è un’esperienza, non una semplice forma espressiva, per questo il valore pedagogico presente in essa è indiscutibile. Approcciare il teatro attraverso la Commedia dell’Arte significa cambiare prospettiva, rinunciare alle gabbie delle formule precostituite e ai paracadute dei cliché che abbondano nella recitazione accademica ed essere disposto a un atto di rivelazione di se stesso, ad una sincerità assoluta raggiungibile attraverso un lavoro quotidiano di denudamento. Bisogna ricercare la necessità che avevano i nostri antenati commedianti, la fame che li spingeva a lunghi viaggi oltre confine e a cercare attraverso popoli stranieri una comunicazione diretta possibile solo attraverso il corpo. Se questa fame non è presente più nell’Occidente di oggi, allora bisognerà risvegliarla dentro di sé.


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