Dentro La Tempesta: Conversazione polifonica intorno a un sogno

Nel gennaio 2016 l’Associazione Aisthesis presentò per la prima volta il progetto Dentro La Tempesta- L’altro nello sguardo dell’altro al bando Mibact “MigrArti”. Il progetto fu bocciato ed è stato respinto nuovamente quest’anno quando è stato presentato per la seconda volta. Per parlare di questo progetto è necessario cominciare dai fallimenti e dal momento in cui Luca Gatta, presidente dell’Associazione Teatrale Aisthesis e direttore artistico di Cult Factory, centro di studi teatrali transculturali, Stefania Bruno e Tiziana Sellato di coop. En Kai Pan hanno deciso di prendere in mano la situazione e di realizzare il progetto con le proprie forze, mettendo a disposizione gli spazi di Cult Factory, dove dal 2016 è in corso un progetto di formazione rivolto alla comunità e cofinanziato dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale.
Il progetto ha compreso due laboratori, uno di scrittura creativa e drammaturgia condotto da Stefania Bruno e uno di espressione corporea e teatro con Luca Gatta, che si sono uniti per comporre lo spettacolo “Dentro La Tempesta” tratto da “La tempesta” di Shakespeare che debutterà il 28 settembre all’interno del festival internazionale di Commedia dell’Arte I viaggi di Capitan Matamoros – Storie di Migranza a Napoli dal 13 al 30 settembre.

Di seguito il racconto dell’esperienza dalle voci dei partecipanti.

Stefania Bruno, Luca Gatta e Tiziana Sellato

Quando abbiamo cominciato sapevamo della migrazione solo quello che leggevamo sui giornali quotidianamente, ma non avevamo mai parlato direttamente con un ragazzo migrante, come purtroppo la maggior parte delle persone in Italia. Ci sembrava, però, doveroso avvicinarci a questo mondo, di cui avevamo sempre avuto curiosità, sia per gli obiettivi artistici che sociali che le nostre due organizzazioni perseguono. La ricerca teatrale di Luca Gatta è orientata da anni sul confronto con l’altro in una prospettiva transculturale, mentre la coop. En Kai Pan è nata allo scopo di favorire l’emancipazione dell’individuo attraverso la formazione, l’arte e il lavoro. Due aspetti del modo di affrontare la questione dei migranti non ci piacevano: l’abuso della parola inclusione, che contiene l’idea di qualcosa che avviene per forza e non per libera scelta dell’individuo e che prevede un totale assorbimento della sua specifica alterità (in senso culturale), e l’utilizzo della parola generica migrante per indicare migliaia di persone diverse, ciascuno con il suo volto, il suo nome e la sua storia. È come se l’identità delle persone venisse soppressa, rendendole parte di una specie di concetto astratto.
Entrare in contatto con le comunità di migranti sul territorio avellinese è stato anche quello molto faticoso, dopo vari tentativi è stato l’incontro con Letizia Monaco, presidente dell’Associazione Comunità Accogliente, a rivelarsi decisivo. Letizia ci ha introdotto nei corsi di lingua italiana che lei e un gruppo di volontari conducono nella sala parrocchiale della Chiesa di San Nicola di Bari a Torelli di Mercogliano (AV). Lì per due mesi abbiamo lavorato con un gruppo la cui grandezza variava da venti a quaranta ragazzi e solo alla fine del mese di maggio abbiamo illustrato il nostro progetto di spettacolo e abbiamo chiesto ai ragazzi di partecipare. Sono arrivati, così, a Cult Factory cinque ragazzi: Anne Belobu (Camerun), Mamadou Keita (Mali), Bakary Kone (Mali), Coulibaly Amidou e Lamin N. Darboe (Gambia). Fin dal primo momento ci siamo resi conto che i ragazzi erano molto uniti fra di loro, c’era una chimica che andava oltre le differenze culturali, linguistiche e religiose (Anne è cattolica, mentre Mamadou, Bakary, Coulibaly e Lamin sono musulmani) e che è stata fondamentale anche per costruire la nostra relazione con loro. È stata palese fin da subito la reciprocità dell’accoglienza. Da questo punto di vista si è rivelato un vantaggio non essere riusciti a far inserire il progetto in una linea di finanziamento statale, in virtù della quale le ore di lavoro sarebbero state drasticamente ridotte e gli obiettivi ridimensionati. Abbiamo potuto concederci il ‘lusso’, che per noi è un’esigenza costante, di lavorare in maniera intensiva, cinque giorni a settimana dalle dieci del mattino alle sei del pomeriggio, di condividere il cibo e i momenti di riposo, sperimentando insomma la vita di comunità. Le difficoltà, ovviamente, non sono finite qui. I ragazzi stanno facendo un percorso d’integrazione che può avere brusche deviazioni: durante il corso del progetto Coulibaly e Lamin hanno ottenuto il permesso di soggiorno di due anni (ne siamo molto fieri) e rischiano di essere trasferiti da Avellino, dove ormai risiedono da un anno relazionandosi molto bene con il territorio, in uno S.P.R.A.A.R. che potrebbe trovarsi in un’altra provincia o addirittura in un’altra regione, distruggendo così tutte le relazioni che hanno costruito qui. Bakary ha dovuto abbandonare il progetto perché ha trovato lavoro, e questo, pur rendendoci contenti, ci ha obbligato a cambiare la drammaturgia dello spettacolo in fase avanzata di prove. È con noi, invece, da alcuni giorni Saliou Diuolde Diallo (Senegal), un sarto bravissimo che sta affiancando la costumista e scenografa Bianca Pacilio per il confezionamento dei costumi. Stiamo cercando di affrontare tutto senza mettere pressione ai ragazzi, che si stanno impegnando tanto, con risultati anche al di là delle nostre aspettative. Fondamentale è stata anche la partecipazione al progetto di due attori professionisti, l’avellinese Marco Rampello, attore e mimo, e la vicentina Marta Tabacco, attrice e danzatrice, che hanno preso parte al laboratorio mettendosi sullo stesso livello degli allievi in modo da favorire la crescita di ciascuno attraverso le dinamiche che il teatro in maniera naturale attiva.

Stefania Bruno, drammaturgia

Il lavoro sulla drammaturgia è stato diviso in due fasi. Abbiamo, in un primo momento, affrontato un laboratorio di scrittura creativa per poi concentrarci sull’adattamento del testo di Shakespeare sulla base delle esigenze ma anche delle intuizioni dei ragazzi. La prima fase è stata fondamentale non solo per aiutare i ragazzi nel percorso di apprendimento della lingua italiana (sono convinta che una lingua diventa davvero la propria solo quando riusciamo a utilizzarla per raccontare a noi stessi le nostre emozioni) ma anche per superare blocchi emotivi, traumi e paure che sono i naturali ostacoli della crescita interiore di ogni individuo. Da agosto in poi ci siamo concentrati sulla lettura del testo e sul suo adattamento. Era fondamentale che ciascuno riuscisse a dare voce al proprio personaggio, non cambiando il testo per adattarlo alle proprie esigenze, ma, al contrario, facendo proprie le parole del proprio personaggio. Abbiamo, pertanto, messo sul tavolo diverse versioni de “La tempesta”, da quella originale in inglese alla traduzione in francese di Guizot alla versione italiana di Quasimodo, utilizzata anche da Strehler nel suo storico allestimento del 1977. Abbiamo letto anche la versione napoletana che Eduardo De Filippo scrisse per il teatro dei pupi, uno dei suoi ultimi lavori, come già per Shakespeare era stata “La tempesta”, perché ci sembrava doveroso per stabilire un rapporto per il territorio e perché, devo ammetterlo, io amo molto quel testo ormai quasi introvabile. A livello drammaturgico, dal confronto tra me e Luca erano emerse diversi elementi: dal punto di vista teatrale “La tempesta” ha caratteristiche molto diverse da altri lavori di Shakespeare, dove il meccanismo drammatico legato all’intrigo è sempre predominante. Ne “La tempesta” invece, tutti i personaggi sembrano presi da un’ansia di raccontare, che spesso sospende l’azione, tanto che nella classificazione delle opere shakespeariane il testo è collocato tra le commedie romanzesche. Questa struttura ci ha permesso di inserire in maniera agevole nel testo alcuni dei brani scritti dai ragazzi durante il laboratorio, non tanto per deviare tutto verso un fastidioso autobiografismo, ma per inserire diversi livelli di espressione nella complessa stratificazione che scaturiva dall’intreccio di lingue. Dal confronto con Luca, invece, è emersa la circolarità dell’opera (anche questo tratto distintivo del teatro Shakespeariano) che coincideva sia nelle strutture narrative che in quelle propriamente teatrali. Abbiamo deciso di lavorare su tale circolarità, portandola in luce. Così le figure di Prospero e Ariele si sono fuse in una sorta di ‘artefice magico’ (la suggestione più eduardiana del nostro lavoro), Miranda e Ferdinando interpretano anche gli spiriti dell’isola, mentre il perfido Antonio e Calibano sono interpretati entrambi da Marco Rampello, che così fornisce una doppia anima al male (ma siamo sicuri che sia proprio così?) dell’isola. Ma ciò che ha funzionato meglio nell’unione dei due laboratori per la costruzione dello spettacolo è stato proprio il rispecchiamento l’altro nello sguardo dell’altro da cui siamo partiti. Ci siamo ritrovati con una corte di Napoli fatta di personaggi con nomi spagnoli ma interpretata da ragazzi africani, mentre il duca di Milano, Propero, si esprime spesso in napoletano, e quando Miranda (interpretata dalla vicentina Marta Tabacco) e Ferdinando (il gambiano Lamin N. Darboe) si incontrano sull’isola innamorandosi si riconoscono come uguali. Non ci avevamo pensato all’inizio, eppure l’Europa del 1600 e soprattutto l’area del Mediterraneo su cui affaccia il Nord Africa e la Spagna erano una comunità di genti e di lingue molto simile a quella che presentiamo durante lo spettacolo. Non a caso Miranda, quando si ritrova con tutta la corte di Napoli dinanzi alla sua grotta nel finale non può far altro che dire stupita “Com’è bella la razza umana”.

Luca Gatta, regia

Il laboratorio è stato un po’ diverso rispetto al lavoro che sto portando avanti negli ultimi anni e nell’ambito di una pedagogia che è abbastanza fissa ormai, dal momento che mi sono dovuto rendere conto che non stavo lavorando con attori o con ragazzi che vorranno fare teatro nella vita. Mi sono concentrato, così, principalmente sul percorso d‘integrazione. Quello di cui mi sono reso conto fin dal primo giorno è che tale percorso d’integrazione è molto diverso da come lo immaginavo. Venendo da un teatro in cui la valenza interculturale e transculturale è molto forte, mi sono accorto che nei ragazzi, a causa della loro giovane età e delle esperienze di vita, la conoscenza della propria cultura di origine (africana) non è molto profonda. Elementi di matrice coloniale (francese e inglese) coesistono con elementi religiosi (sia cattolici che musulmani). Questo si riversava sia sulle loro posture che sui loro atteggiamenti e movimenti in cui si percepiva sempre una sorta di automatismo non naturale. Il lavoro che ho dovuto fare è stato duplice: ho cercato di recuperare una radice comune attraverso le danze africane (che fanno parte del training del Licos, il laboratorio internazionale di composizione scenica che dirigo) e ho dovuto lavorare sulle basi elementari del movimento attraverso elementi di euritmia, partendo dalla metodologia di Dalcroze, per poi alla fine del percorso arrivare alla caratterizzazione e quindi alla Commedia dell’Arte. Il momento fondamentale è stato quello sui canti d’origine, che attraverso il lavoro combinato di corpo e voce è servito a scoprire che la voce poteva diventare un’estensione del corpo, aiutando i ragazzi a recuperare una naturalezza nel movimento che è alla radice dell’espressività. Quindi i canti hanno fatto da guida da un certo punto in poi del percorso.
Per quanto riguarda lo spettacolo, il lavoro è partito dagli archetipi (vecchio, nobile, servo) arrivando, poi, a definire i personaggi specifici de “La tempesta”. Ho lasciato abbastanza libero il flusso creativo cercando che ciascuno trovasse i suoi movimenti in maniera naturale. Per esempio Mamadou, che interpreta il re di Napoli Alonso, ha creato da solo un re molto anziano e sconfitto, che ha bisogno di essere sostenuto dalla sua corte. Mentre Anne, che per i ragazzi è un punto di riferimento importante, ha assunto il ruolo non casuale di Gonzalo, il consigliere del re, che consola e accudisce tutti. Ho voluto, poi, lasciare la matrice di Commedia dell’Arte che è comune anche nello storico allestimento di Giorgio Strehler, inserendola all’interno di un contesto il più possibile africano, lasciando, in maniera anche provocatoria, un’idea di Africa abbastanza generica, una terra enorme che nessuno però conosce davvero, percependone solo dettagli: i tappeti, gli anziani seduti in terra a chiacchierare, il griot (cantore di strada) che nello spettacolo incarna direttamente il bardo Shakespeare, che apre con un prologo lo spettacolo. Da un punto di vista registico stricto sensu ho spostato di più l’accento sulla dimensione del capocomicato, individuando in Prospero più che un mago una sorta di capocomico che dirige le macchine sceniche e le maschere-spiriti che animano l’isola. Così il libro da cui legge e prende gli incantesimi è diventato il testo stesso de “La tempesta”. Il cerchio magico che traccia nel finale per accogliere all’interno tutti i personaggi che si è divertito a disperdere sull’isola cos’è se non il cerchio della Commedia?
Anche il pluringuismo è avvenuto a livello naturale: ognuno ha scelto la lingua in cui preferiva esprimersi tra l’italiano, l’inglese e il francese, arrivando anche a mescolarlo nella parlata come avviene nella quotidianità. Questo senza mai allontanarsi, però, dal testo letterario, la cui sostanza formale è stata mantenuta, utilizzando diverse traduzioni, non ultima quella di Eduardo De Filippo in napoletano che è servita per dare voce ad Ariele.

Anne Belobu, allieva interprete

Quando ero piccola ho fatto sempre ridere tutti con i miei gesti comici e con il mio modo di parlare. In questo gruppo teatrale ho avuto l’opportunità di sviluppare questo talento . Sono molto commossa per questa esperienza. Mi sono impegnata fisicamente e moralmente e ho fatto di tutto per imparare di più. È stata una bella occasione per il nostro percorso d’integrazione.

Lamin N. Darboe, allievo interprete

Innazitutto ringrazio Dio per la vita e la buona salute. È stata una bella esperienza fare questo laboratorio con Luca, Stefania e Tiziana. Ho imparato molte cose, tante che a volte mi soo sentito molto confuso. Ma questo fa parte dell’apprendimento. Qualche volta hai difficoltà prima di arrivare al punto, è normale. Ho frequentato anche altri laboratori di teatro (con il 99posti a Torelli di Mercogliano) ed è stato molto interessante imparare diversi tipi di teatro. Sono grato soprattutto per il sostegno che ho avuto.

Coulibaly Amidou, allievo interprete

La mia infanzia è stata felicissima, ho avuto la fortuna di andare a scuola e sono stato sempre vicino a mia madre. Mio padre è morto quando avevo cinque anni e mi è rimasto solo l’amore di mia madre. Alcuni anni fa ho iniziato il mio viaggio per venire qui. Ad Avellino ho frequentato il corso di lingua ogni giorno e un giorno mi è stato detto che per partecipare al corso di teatro la porta era aperta. Così ho dato la mia adesione e abbiamo iniziato il corso, grazie a Dio. Ho imparato tante cose, soprattutto sul movimento e sui gesti. Siamo molto tranquilli qui e spero che faremo molte cose insieme. Ringrazio tutti.

Mamadou Keita, allievo interprete

Io mi chiamo Mamadou Keita e vengo dal Mali. La prima cosa per me è amare il lavoro che fai e fidarti di te stesso. Pensare ogni giorno di avere acquisito un’esperienza che prima non avevi ed essere tollerante con i colleghi con cui lavori. Sono troppo felice oggi nel vedere che il mio pensiero nel processo di realizzazione di ciò che immaginavo è divenuto realtà. Ho sempre voluto essere utile agli altri e farli ridere perché per me la vita è un gioco e nella fraternità dei giochi vedo che questo è vero. Qui dove non ho né padre né madre (ma se non lo racconto a nessuno, come possono sapere), ringrazio le persone che hanno accettato la mia presenza e mi hanno fatto credere di riuscire a sfuggire la morte, dove sono ora mia madre e mio padre.
Questo progetto mi ha fatto migliorare la mia comprensione della lingua italiana, nonostante, nel frattempo, ho continuato ad andare a scuola, e mi ha permesso di ricordare la storia del mio paese. Per tutto ciò ringrazio gli italiani tutti.

Marco Rampello, attore e mimo

Ho avuto la possibilità di rallentare, avendo in sala delle persone alle prime armi ho potuto riprendere le cose con calma e non solo pensare a me stesso ma anche agli altri, capire le loro difficoltà e tentare di accompagnarli nel loro percorso, senza fretta ma con dedizione e rispetto per il “lavoro di sala”. Credo che sia stato molto importante la chiave che ha permeato tutto il progetto: l’essere umano spogliato dalla propria etnia, ma non dalle proprie radici, e dal proprio credo, ma non dai propri pensieri.
Quindi cos’è che resta se non la persona? Se non l’umano? Ecco, questo ci ha permesso di lavorare in un modo “sano”, e di uscire da alcuni meccanismi legati al tema dell’immigrazione, nei quali troppo spesso ormai ci si imbatte.

Marta Tabacco, attrice e danzatrice

Mi sento davvero fortunata ad aver lavorato in un gruppo molto vario dal punto di vista sia tecnico che culturale. Sono entrata nel progetto solo in un secondo momento quindi, anche per me, è stata una specie di integrazione, in quanto i colleghi lavoravano insieme già da tempo. In pochi giorni si è creata una sintonia basata sul rispetto e la collaborazione, in una situazione in cui ognuno di noi ha apportato ciò che poteva, ciò che più gli apparteneva, senza far pesare differenze, ripeto, tecniche o culturali. Le tante ore in sala, unite alla condivisione delle pause e degli spazi di lavoro e non, hanno facilitato questa integrazione. Valori, tradizioni, idee, concezioni di vita e dello stare in sala completamente diverse, a volte agli opposti, hanno potuto convivere nello stesso spazio fisico ma anche all’interno di ognuno di noi.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...