Cercando lo sguardo dell’altro dentro la tempesta

Dentro La Tempesta è uno spettacolo nato dai laboratori di scrittura, drammaturgia e teatro condotti dalla drammaturga Stefania Bruno e dal regista, attore e formatore Luca Gatta nell’ambito del progetto d’integrazione L’altro nello sguardo dell’altro di Associazione Teatrale Aisthesis, che si è svolto da aprile a settembre negli spazi di Cult Factory, ad Avellino. Lo spettacolo è tratto da La tempesta di Shakespeare, testo scelto per la sua grande densità tematica (il naufragio, l’incontro con l’altro, il conflitto tra natura e cultura) e per il suo forte legame con il territorio campano grazie alla celebre riscrittura di Eduardo De Filippo, ma la sua struttura drammaturgica è stata fortemente manipolata nel corso dei laboratori attraverso le esperienze e le scritture dei partecipanti.
Ne La tempesta, inserita nel catalogo shakespeariano tra le ‘commedie romanzesche’, a differenza della maggior parte delle opere del bardo, l’intreccio è relegato sullo sfondo mentre i protagonisti della storia sembrano presi da una vera e propria febbre della narrazione. Racconta la sua storia Prospero, duca di Milano esiliato su un’isola deserta e incantata dal perfido fratello Antonio, ma anche la corte di Napoli, attirata sulla stessa isola dalla tempesta che Prospero scatena per vendicarsi di suo fratello, ritrovandosi sulla spiaggia in una dimensione spazio-temporale sospesa non resiste alla tentazione del racconto. Raccontano, infine, Ariele, lo spirito che Prospero ha asservito con le sue arti magiche, dopo averlo liberato dalla prigionia inflittagli dalla strega Sicorace, e Calibano, il figlio di Sicorace, vero padrone dell’isola, espressione di una natura anarchica che non può fare a meno di ribellarsi al suo padrone. Sfruttando le continue aperture narrative della commedia, è nata, nella rielaborazione drammaturgica, una struttura ad anello in cui l’arco narrativo è condensato in un solo istante (Prospero stesso avverte che l’intera vicenda deve compiersi prima delle sei, che coincide con il momento precedente l’alba), che si moltiplica all’infinito attraverso lo specchio del teatro. Così William Shakespeare appare in scena nelle vesti di un griot (il cantastorie africano) per leggere dal libro magico di Prospero il testo della commedia, Prospero e Ariele si fondono in un solo personaggio, trasformando l’anziano duca in una sorta di artefice magico (l’elemento più eduardiano dello spettacolo), e, seguendo lo stesso procedimento, si fondono Antonio e Calibano, i due volti del male dell’isola. Le lingue si moltiplicano (inglese, francese, italiano, napoletano ma anche ewandu, bambara, mandingo) e le storie dei personaggi si aprono per accogliere le narrazioni personali dei giovani attori.
Il lungo percorso laboratoriale dai primi esercizi di euritmica alla Commedia dell’Arte, attraverso lo studio e la ricerca sui canti e le danze popolari di origine italiana e africana, integrato infine con il lavoro svolto durante il masterclass “La dimensione transculturale della maschera – Un possibile sincretismo tra Commedia dell’Arte e Danza degli Orixà”, è servito per aprire ai partecipanti un orizzonte espressivo molto ampio in cui la chiave del processo di integrazione non è l’assorbimento all’interno di un determinato paradigma culturale, bensì la consapevolezza di muoversi tra culture che possono avere punti di contatto e irriducibili differenze, e che proprio in queste ultime può situarsi uno spazio per il confronto e la comunicazione. Nel corso delle prove, pertanto, ogni partecipante ha avuto la possibilità di scegliere in quale lingua esprimersi (quasi tutti lo fanno in almeno due lingue) e come interpretare il ruolo assegnato. Ci ritroviamo, così, con una corte di Napoli in cui il re e i suoi consiglieri portano nomi spagnoli, parlano francese e sono interpretati da ragazzi africani, mentre il duca di Milano Prospero si esprime spesso in napoletano. “Come è bella la razza dell’uomo” dice Miranda nel finale, ritrovandosi di fronte tutti i personaggi un attimo prima di un lieto fine, che già nel testo di Shakespeare, è rimandato a un tempo che non è dato di vedere. L’importante è quello che succede nell’isola.


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