Trovare l’altro dentro di sé: conversazione con Luca Gatta

“I viaggi di Capitan Matamoros”, festival internazionale di Commedia dell’Arte, giunge quest’anno alla quarta edizione. Il direttore artistico Luca Gatta, risponde ad alcune domande sul festival.

D. Questo è stato un anno difficile per i festival di teatro. Molti sono stati chiusi, alcuni sono sopravvissuti grazie a brusche inversioni di rotta. “I viaggi di Capitan Matamoros”, nato appena nel 2014, quest’anno può fregiarsi finalmente del titolo di festival internazionale, non solo in virtù di una programmazione sempre più aperta al confronto tra tradizioni e culture diverse, ma anche grazie al riconoscimento dell’EFA (European Festival Association) e all’inserimento nella piattaforma EFFE Label come festival di interesse europeo. Che cosa significa ‘resistere’ per chi oggi pratica teatro in maniera indipendente?
Luca Gatta: Significa, innanzitutto, uscire dalla dialettica politica. Per anni il teatro indipendente è stato espressione di una determinata parte politica. È imploso quando è venuta meno la dialettica che è esistita fino agli anni novanta. È diventato molto difficile a quel punto reinventare forme di teatro indipendente in grado di sopravvivere nel tempo, perché non c’erano più le strutture economiche che lo sostenevano. Oggi, ma già da tempo, l’unica possibilità di sopravvivenza per un teatro indipendente sono le relazioni. Bisogna lavorare per costruire una rete di collaborazioni e immaginare un modo alternativo di produrre teatro. Nella nostra esperienza si è rivelato, fin dal primo momento, impossibile immaginare una struttura di un festival, di piccole, medie o grandi dimensioni, senza confrontarci continuamente con la realtà. Realtà significa sia le questioni economiche che sociali, oltre che artistiche. Nessuno è indispensabile in questo mestiere, non c’è istituzione che possa sostenerti così a lungo da renderti impermeabile ai mille cambiamenti sociali ed economici che ti avvengono intorno. Oggi, paradossalmente, devi costruire la tua utopia sulla base della realtà e la parola chiave è cooperazione.

D. Il tema di quest’anno è “Storie di Migranza”. Leggendo la programmazione salta subito agli occhi l’inclusione all’interno del festival dello spettacolo “Dentro La tempesta” nato da un progetto laboratoriale che l’Associazione Teatrale Aisthesis, di cui tu sei presidente, ha condotto con giovani migranti provenienti da diversi paesi dell’Africa sub-sahariana ad Avellino. Perché estendere il tema a tutto il festival? Quante e quali sono le storie di migranza?
L.G. La tematica è strettamente correlata al bios, diciamo così, della Commedia dell’Arte. La dimensione fondativa della Commedia è l’essere un teatro d’attore, fatto di uomini che vivevano una dimensione di costante precarietà, in continua ricerca di spazi e di modi per praticare la loro arte, la quale diventava la loro moneta di scambio per la sopravvivenza. La condizione del migrante, di chi si mette in viaggio per sopravvivere ma anche per migliorare la propria condizione, per emanciparsi ed evolversi è molto affine a quella del commediante, che vagabondava per le corti d’Europa, imparando il mestiere nell’atto di vivere. Non v’è alcuna denuncia sociale sottintesa a questa scelta, ma la volontà di stendere un ponte tra generazioni, epoche e tradizioni diverse affinché si possa costruire uno spazio vitale comune per produrre arte. Il progetto Dentro La Tempesta – l’altro nello sguardo dell’altro è un esempio di questa volontà. Il classico shakespeariano è diventato un luogo per traslare in maniera assolutamente creativa la propria storia personale in una narrazione universale e in una dimensione immaginifica. Le parole di Shakespeare hanno funzionato come uno specchio, ma non per restituire un’uguaglianza, bensì per rivelare l’irriducibile differenza tra l’uno e l’altro. L’uguaglianza, principio fondamentale per la convivenza tra i popoli, può diventare, infatti, un concetto molto pericoloso sul piano culturale in senso lato ed espressivo nello specifico: è nel riconoscimento dell’altro che il teatro diventa davvero un fatto umano. Questa dimensione è stata estesa a tutto il progetto: così, se da un lato, i laboratori e poi le prove da cui è nato lo spettacolo sono serviti ai ragazzi migranti per imparare l’italiano, dall’altro abbiamo lavorato sul recupero della radice africana di ciascuno, creando un ambiente sia narrativo che performativo, in cui le differenze culturali potessero coesistere. La struttura drammaturgica de “La tempesta” vi si è adattata perfettamente.
Ritornando alla Commedia dell’Arte: nei secoli d’oro del teatro italiano la migrazione ha funzionato spesso come un amplificatore della creatività. Il viaggio, a cui non a caso è dedicato il festival in generale, era una dimensione che, se da un lato determinava la perdita della radice, dall’altro favoriva l’incontro, il sincretismo. Le storie, passando di bocca in bocca, di palcoscenico in palcoscenico, si amplificavano restituendoci davvero una dimensione di creatività collettiva. Oggi abbiamo un esempio di cosa potesse succedere, confrontando tra di loro le varie tradizioni di Commedia dell’Arte che si praticano nel mondo, ma non solo. Un momento fondamentale del festival è, da due anni a questa parte, il confronto, attraverso masterclass, mostre e spettacoli, tra tradizioni performative diverse. Quest’anno cercheremo di stabilire un sincretismo tra Commedia dell’Arte e Danza degli Orixà brasiliana. Quest’ultima è a sua volta nata da un sincretismo, essendo legata al candomblè, la religione animistica praticata dagli schiavi africani, deportati dal 1500 al 1700 a Bahia e nata per la necessità di convivere con la religione cattolica a cui questi erano convertiti in massa.
Infine lo stesso Capitan Matamoros è un personaggio sincretistico: combatte i mori, come il Cid di cui prende il nome, ma lui stesso ha pose, atteggiamenti, lingua e cultura molto più simili ai suoi nemici che a quelli che dovrebbero essere i suoi connazionali. Sperimentiamo ogni giorno nel nostro lavoro di ricerca che fare teatro significa soprattutto trovare l’altro dentro di sé. È questo, infine, il messaggio che vogliamo passare.

D. L’edizione di quest’anno spicca anche per la grande differenziazione del programma, grazie ai numerosi partenariati attivati con le associazioni del territorio (Curiosity Tour, Medea Art, Insolita Guida), mentre si salda in maniera evidente il rapporto con il mondo cooperativo, grazie alla collaborazione con CoopFond (che quest’anno finanzia il festival), Legacoop Campania, che organizzerà una tavola rotonda su “La donna nella cooperazione dal 1500 ad oggi” e con la Fondazione Idis Città della Scienza, che ospiterà all’interno della propria programmazione un contest intitolato “La tavola di Matamoros: il cibo e la fame nell’epoca rinascimentale e barocca della Commedia dell’Arte”. Infine, la seconda edizione del meeting “La maschera nella contemporaneità” quest’anno si fregia della collaborazione e dell’ospitalità prestigiosa del Conservatorio San Pietro a Majella. Matamoros sta iniziando a seguire la linea di molti altri festival italiani, cioè diventare un grande contenitore, o la scelta di diversificare la programmazione è dovuta a una strategia culturale precisa?
L.G. Quando abbiamo immaginato “I viaggi di Capitan Matamoros”, abbiamo fin dall’inizio pensato di lavorare affinché questo diventasse uno spazio in cui persone ed esperienze diverse si potessero incontrare. La parola chiave ancora una volta è viaggio. Nel festival confluiscono esperienze che si svolgono nel corso dell’intero anno (progetti di formazione, progetti sociali, scambi culturali e collaborazioni che coltiviamo a volte per anni) ma, nello stesso tempo, esso diventa luogo di passaggio per artisti che in condizioni normali non potrebbero incontrarsi. Non potrà mai essere un contenitore, in quanto nasce come evento estremamente concentrato, un punto di attrazione da cui poi ripartire con nuove idee, nuove conoscenze e collaborazioni. Quello che auspico è che sperimentando ogni anno forme di convivenza diverse, presto da Matamoros possano nascere anche nuovi modi di produrre arte. L’immagine che ho sempre avuto in mente è quella del carrozzone, della carovana, mai del contenitore.

D. I viaggi di Capitan Matamoros, pur includendo una gran varietà di aspetti (dalla formazione, all’integrazione, alla valorizzazione territoriale) resta un festival di Commedia dell’Arte, che quest’anno entra ufficialmente in partenariato con l’Arlecchino Errante di Pordenone, festival ormai ventennale, vero e proprio punto di riferimento (uno dei pochi sull’intero territorio nazionale) per chi approccia la Commedia dell’Arte sia come attore che come spettatore. Qual è il valore di questo partenariato sia per te personalmente che per il futuro de “I viaggi di Capitan Matamoros”? 
L.G. Il valore è innanzitutto il legame con una tradizione, che non è solo quella della Commedia dell’Arte, ma più in generale del teatro laboratorio e il terzo teatro. È un riconoscimento dei miei maestri e l’attribuzione di un valore culturale e dell’aderenza a una tradizione da parte di Caudia Contin Arlecchino e di Ferruccio Merisi e dell’evoluzione che quella tradizione sta avendo all’interno della nostra sintesi artistica. Per il futuro stiamo pensando a forme di co-produzione, ma soprattutto di cooperazione. Si vedrà.

D. La Commedia dell’Arte, valorizzata e celebrata in tutto il mondo come un grande patrimonio dell’umanità (da anni ormai è candidata all’UNESCO), viene ancora percepita in Italia come un territorio di nicchia del teatro. Ne “I viaggi di Capitan Matamoros”, invece, la Commedia sembra essere il perno di una ricerca teatrale molto più vasta e di una serie di esperienze (se la si guarda dal punto di vista dello spettatore) più complesse. Quali sono gli obiettivi a lungo termine del festival e del tuo lavoro sulla Commedia dell’Arte in generale? 
L.G.
Gli obiettivi del Festival sono quelli di scoprire ogni anno nuovi spazi possibili per fare teatro, nel senso della ricerca di luoghi, assolutamente non canonici, dove il pubblico possa fruire gli spettacoli. Questa se vogliamo è la dimensione più contemporanea del Festival: quella di portare il teatro dove non si potrebbe, trasformandolo in un’esperienza di partecipazione. A livello più generale l’obiettivo è quello di entrare sempre di più in una rete internazionale, fatta di collaborazioni, coproduzioni, gemellaggi che alimentino una dimensione produttiva della Commedia dell’Arte, non solo conservativa, come viene da pensare quando si usa la parola tradizione.
Per quanto riguarda la Commedia dell’Arte, l’obiettivo principale oggi è diffonderla. Un teatro diventa di nicchia quando non è più conosciuto, ma sono gli altri che ti creano il recinto intorno. A quel punto il pubblico non fruisce più quello che fai, ma ti osserva da dietro uno steccato. Nel futuro, quindi, ci saranno sempre di più tavole rotonde, convegni, dimostrazioni di lavoro al fine di costruire un ponte tra la Commedia dell’Arte e il pubblico.
Altro obiettivo è sviluppare il più possibile la pedagogia che, negli ultimi dieci anni, ho costruito sulla Commedia dell’Arte. Come più volte ho detto, infatti, non considero la Commedia dell’Arte un genere, ma una scuola per l’attore, nel senso del recupero di una dimensione artigianale del lavoro teatrale. In questo stesso senso la Commedia è stata intesa da grandi maestri del Novecento, da Copeau a Mejerchol’d a Barrault fino ad arrivare a Grotowski, Barba, Leo De Berardinis.


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